Non tutte le mani tese fanno paura

Rinascita personaleRacconto di CarloPonticelli, italia

Mi chiamo Carlo e ho 17 anni.

Per molto tempo ho pensato che una mano tesa verso di me fosse mossa dalla pietà o dalla compassione. E questa convinzione mi ha portato a tenere le distanze da chiunque provasse ad aiutarmi.

Sono una persona complessa. A volte sono un controsenso. Non sempre vengo capito o apprezzato e mi capita di arrabbiarmi anche per un dettaglio fuori posto. Sono sempre stato così e, per molto tempo, ho creduto che non sarei mai cambiato.

Come tutti, nella vita ho vissuto momenti belli e momenti difficili. Non voglio raccontare ogni episodio che mi ha portato fin qui. Mi basta dire che ogni esperienza, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Frequento la scuola, una scuola come tante: con i suoi aspetti positivi, le sue difficoltà e le sue giornate in cui avrei voluto essere ovunque tranne lì.

Un giorno mi dissero che ero stato scelto per partecipare a un percorso di mentoring.

La mia prima reazione fu chiedermi: «Perché proprio io? C’è qualcosa che non va? Mi hanno scelto perché i miei voti non bastano? Oppure perché gli insegnanti hanno visto qualcosa di sbagliato in me?».

Arrivai al primo incontro pieno di dubbi.

Camminavo tra i corridoi della mia scuola, gli stessi che per anni erano stati teatro di ansie, paure, ma anche di qualche soddisfazione. Entrai nell’aula dove mi aspettava la mia coach e mi sedetti davanti a una persona completamente sconosciuta.

Non immaginavo che quell’incontro sarebbe stato l’inizio di qualcosa di importante.

Un incontro dopo l’altro ho iniziato a osservare aspetti di me che prima non riuscivo a vedere. Piccoli dettagli, modi di reagire, pensieri e atteggiamenti che avevano sempre fatto parte di me, ma che non avevo mai davvero riconosciuto.

Piano piano qualcosa è cambiato.

Sono migliorati alcuni aspetti del mio carattere e, insieme a loro, sono cresciuto anch’io.

Non solo come studente, ma soprattutto come persona.

Oggi posso dire di essere più consapevole, più maturo e, forse, anche un po’ più sereno.

Devo dire grazie alla mia coach, che col tempo ho imparato a chiamare semplicemente Mey.

Ma devo dire grazie anche a me stesso.

Perché ho scelto di non fermarmi ai pregiudizi.

Se oggi qualcuno mi chiedesse se consiglierei un’esperienza come questa, risponderei di sì.

Serve impegno. Serve la voglia di mettersi in gioco.

Ma se quella voglia c’è, allora la domanda diventa una sola:

Perché non provarci?

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